Don Giovanni Gusmini è il parroco di UniBG

Don Gusmini e due studentesse FUCI alla GMG 2016 di Cracovia

Giovanni Gusmini è il «responsabile per la pastorale universitaria della Diocesi di Bergamo»: in poche parole, il don del nostro ateneo

All’appuntamento per l’intervista mi ritrovo di fronte un sacerdote giovanile e allegro: indossa il collarino ecclesiastico alla camicia, ma una coppola alla moda come Buffon, il tutto accompagnato da un grande sorriso. Don Giovanni Gusmini è il responsabile per la pastorale universitaria della Diocesi di Bergamo ed è assistente della FUCI Bergamo (Federazione Universitari Cattolici Italiani), oltre ad essere docente in seminario, alla facoltà Teologica di Milano e al PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) di Monza. 

Con la FUCI propone incontri, iniziative culturali ed artistiche, ma la risposta degli universitari non è sempre appagante: il riflesso di un Ateneo poco vissuto. 

Alla Sorbona gli studenti occupano l’Ateneo, a Bergamo no, perché sono ascoltati o perché hanno perso la speranza? 

«A Bergamo stanno bene – risponde Don Giovanni Gusmini – e in secondo luogo c’è un calo di interesse nei confronti della partecipazione, lo dimostra la scarsa affluenza alle elezioni studentesche. L’università viene considerata come luogo dove seguire lezioni e dare esami. Molti non vivono l’Ateneo» 

Dipenderà anche dalla carenza di spazi di aggregazione all’interno delle sedi? 

«È vero che ci sono problemi legati agli spazi – continua Don Giovanni Gusmini – però l’Ateneo sta investendo molto per implementarli. Ora nelle sede di Pignolo c’è un bar e nella Montelungo ci saranno nuove possibilità» 

Non pensa che servirebbero spazi adeguati per le associazioni studentesche all’interno dell’Ateneo? 

«Sicuramente. Abbiamo difficoltà a farci conoscere all’interno dell’Ateneo. Uno spazio condiviso tra associazioni faciliterebbe una rete tra studenti. In questo modo l’Ateneo riconoscerebbe l’impegno di questi giovani. Noi cerchiamo di superare questo divario con la nostra aula studio, posta affianco della chiesa di Sant’Andrea, ma è staccata dalle sedi. Ora stiamo catalogando dei libri donatici dagli eredi dello statunitense James Allan Podboy che viveva in Città Alta e quando avremo terminato il lavoro cercheremo di rilanciare il nostro spazio con la biblioteca» 

Pensa che in UniBG ci sia integrazione tra studenti di religioni diverse? 

«Sì, gli studenti vivono la fede come elemento di vicinanza. C’è reciproca curiosità e voglia di conoscersi. In università possono approfondire la consapevolezza del proprio credo e questo avviene anche attraverso il confronto con altre religioni» 

C’è adesione alle vostre iniziative? 

«Non sempre. Si creano però relazioni profonde. Tra i ragazzi che hanno partecipato ai nostri incontri quest’anno c’è stata anche una ragazza di Shanghai non credente. È stato bello averla tra noi. Siamo ancora in contatto» 

Cosa suggerisce a chi evita le associazioni studentesche per timidezza? 

«Di vincere la ritrosia e di lasciarsi coinvolgere. Scoprirà che è bello stare insieme, che è molto stimolante, si coltivano amicizie e si scoprono belle sensazioni. Alcuni studenti sono spaventati dall’adesione costante alle iniziative, ma non è richiesta. Si è liberi di partecipare quando si vuole. Oggi si tende a sostare poco come quando si naviga in internet, si ha paura di perdersi qualcosa» 

L’apertura e l’internazionalizzazione ci rendono cittadini del mondo, ma tendono a sradicarci? 

«L’Università oggi ti proietta nel Mondo e questo a volte rende difficile consolidare i rapporti nelle associazioni, che vanno ripensate. Noi della FUCI stiamo creando una rete internazionale di tutti i centri di pastorale universitaria» 

Papa Francesco indica spesso vie alternative alle abitudini diffuse, pare che tutti applaudano, ma pochi le seguano veramente. I giovani da che parte stanno? 

«Lo guardano con curiosità e apprezzano la sua poca istituzionalità. Sono però meno decisi nel seguirlo, come gli adulti in verità» 

Cosa potrebbe fare in più l’Università per il bene di tutti? 

«Primo: continuare ad essere, come ha detto il Rettore, l’ambasciata culturale del territorio. Con il recupero di Sant’Agostino ha riattivato una storica fucina del sapere. Secondo: suggerire alle istituzioni da che parte si muove la realtà per capire dove indirizzare gli sforzi. Terzo: alimentare il sapere come modo per sviluppare non solo la conoscenza ma anche la creatività» 

Lascia ai lettori un aforisma che le è caro? 

«“Pace e bene!”. È l’augurio di San Francesco d’Assisi con cui mi piace salutare le persone che incontro, nel quale sta racchiuso tutto quanto di bello, di buono, di vero e di giusto possiamo desiderare per la nostra vita e per la vita delle nostre sorelle e dei nostri fratelli in tutto il mondo» 

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